COLOSSEO: «NOI RESTAURATORI ESCLUSI DAI LAVORI, A VANTAGGIO DI IMPRESE EDiLI SENZA REQUISITI», BERNIDA OLGA
Il frammento di malta romana caduto sull'impiantito dell'Anfiteatro Flavio rischia di sollevare un polverone e non solo per la preoccupazione destata dal suo stato di salute. Il monumento torna alla ribalta della cronaca nelle vesti di manullltto malato, al quale ci si appresta a porgere le doverose cure con un cantiere degno delle sue proporzioni, non senza per qualche polemica. A sollevare alcune eccezioni in merito ai lavori é stata l'Ari, Associazione Restauratori d'Italia, la quale avverte che ad attentare all'integrità delle superfici lapidee delle 80 arcate che fanno da scorcio al panorama romano, non ci sarebbero solo le insidie del tempo, ma anche i rischi rappresentati dalle procedure d'intervento adottate per l'avvio dei restauri ed il pericolo che al capezzale del malato possa presentarsi il medico sbagliato. questo, infatti, il senso di quanto denunciato dall'Associazione, che da anni difende il livello di eccellenza del restauro in continuità con la migliore tradizione italiana rappresentata dal suo teorico Cesare Brandi e che in un suo comunicato mette sull'avviso che l'arena della gens Flavia potrebbe seguire l'esempio di altri monumenti importanti i cui lavori di restauro sono spesso appaltati a ditte che non possiedono i requisiti previsti dalla legge per le imprese che operano nel restauro delle superfici di beni architettonici e che non hanno in organico né il direttore tecnico Restauratore di Beni culturali, né personale qualificato per intervenire su opere di eccezionale importanza con conseguenze che è facile immaginare.
Ad essere messe sotto accusa sono proprio le cure grazie alle quali l'Anfiteatro dovrebbe prepararsi a sfidare il suo terzo millennio di vita. Per salvare l'arena inaugurata nell'80 dopo Cristo dall' imperatore Tito, è stato già predisposto un piano straordinario da 30 milioni di euro da sommare ad un importo di pari entità di fondi ordinari ed è stato lo stesso sottosegretario al ministero per i Beni e le Attività culturali, Francesco Giro, ad annunciare, nel corso del convegno Roma Archeologica , il programma degli imminenti lavori, illustrando in anteprima tutta la filosofia del prossimo cantiere per mnetterne in risalto il suo carattere pilota, «basato su competenze, rigore assoluto e trasparenza»; ma le procedure per la realizzazione dell'intervento sono soprattutto di competenza del Commissario delegato Cecchi, dirigente a capo di una forte struttura istituita con le disposizioni urgenti della Protezione Civile, mediante l'attivazione di ampi poteri di deroga alle procedure ordinarie d'appalto e che ha cominciato a lavorare alla definizione del piano d'intervento che costituirà il modello Colosseo, destinato perci a fare da nocchiere a tutti gli altri cantiere che apriranno i battenti. In approccio a tutto questo metodo di lavoro, la struttura commissariale ha iniziato a muovere intanto i primi passi, appaltando con una gara informale i lavori di restauro del Tempio di Antonino e Faustina nell'ambito del Foro romano, ma invitando a partecipare alla trattativa ristretta le sole imprese qualificate al sensi della normativa nella categoria prevalente OG 2, requisito che individua i soggetti abilitati ad intervenire su beni tutelati in ambito propriamente edile. Una procedura che ha sancito di fatto l'esclusione dalla partecipazione proprio delle imprese di restauro specialistico e che per l'Ari è suonata come una conferma che l'errata attribuzione dei lavori di restauro alle ditte edili, non rappresenti solo qualche caso isolato, ma segni l'avvio su ampia scala di una paradossale prassi, che preclude la possibilità di partecipazione ai lavori direstauro proprio delle imprese che sarebbero per legge specializzate a farlo.
Le preoccupazioni sono state ben presto confermate dalla evidenza di un'ulteriore gara informale, poi cautelativamente sospesa, che riguardava proprio il Colosseo e con la quale, ancora il Commissario delegato intendeva affidare le campionatura da effettuarsi sulle superfici delle arcate in travertino alle imprese edili invitate a partecipare, prevedendo, fra l'altro, metodi pulitura da eseguirsi con un trattamento speciale a base di bicarbonato di sodio in sospensione di colla d'amido . A questo punto ai restauratori la misura è sembrata davvero colma. «Troppo spesso al lavori di restauro sono invitate imprese che non hanno competenze tecniche appropriate, con esclusione a priori delle imprese specialistiche, nonostante l'individuazione di interventi e metodologie operative che sarebbero chiaramente di loro competenza», lamentano i rappresentanti dell'Associazione, secondo i quali «l'esclusione dalle competenze pi specialistiche comporta di fatto che sui preziosi marmi in portasanta e cipollino antichi e sul tra- vagliati travertini romani non poggeranno pi le mani esperte dei restauratori di lungo corso e dei loro collaboratori, quanto piuttosto quelle abili nell'uso della cazzuola di puri e semplici manovali, al pi coordinati da qualche capomastro».
Un rischio per il momento solo paventato per la celebre arena. I restauratori obiettano anche sulle metodologie d'intervento individuate in sede di gara che sarebbero inconsuete e soprattutto difformi da quelle già individuate per i procedimenti di pulitura in un'opera iniziata negli anni Novanta con il grande tentativo di studio e di restauro dell'arena finanziato dalla Banca di Roma, la quale destinava quaranta miliardi di lire in convenzione con il ministero per i Beni e le Attività culturall per il restauro pilota condotto dalla Soprintendenza archeologica di Roma, consegnataria del Colosseo. All'epoca, per la pulitura di quattro delle ottanta arcate del travertino fu messo a punto dall'Istituto Centrale del Restauro e congiuntamente dalla Soprintendenza Archeologica di Roma un metodo già ampiamente adottato dai Restauratori per la Colonna Traiana e la Colonna Antonina, basato sulla nebulizzazione d'acqua a temperatura ambiente, senza pressione e senza aggiunta di altri solventi. Pertanto, la realizzazione del modello messo a punto dal Commissario nell'attuale regime di emergenza preoccupa, ormai, l'intero settore soprattutto perché «dovrebbe costituire un esempio da ripetere per il futuro e perché tale modello individua nei Tecnici essenzialmente gli Architetti, in quanto progettisti e i muratori nel ruolo di esecutori. Questo tipo di intervento viene indicato nel modello come manutenzione programmata vincente, perché operata da ditte strutturate e quindi veloci, ovvero le ditte edill, mentre la parola restauro viene accostata al concetto di sostituzione e quindi negata e con essa la parola restauratore che non compare mai se non attraverso perifrasi». E nel sottolineare quanto questa tendenza possa essere allarmante, si denuncia la pressione sempre in atto dei settori economici rappresentati dall'edilizia che spingono per dilagare nel restauro, polverizzando le fragili imprese dei restauratori cui è stata spesso negata la possibilità di una reale espansione.Fattori di criticità che sono, tuttavia, in netta collisione con la linea di fermezza aperta dal ministro Sandro Bondi, sul piano della salvaguardia della professione con il bando di selezione pubblica per il conseguimento delle qualifiche di restauratore di beni culturali, nonché di collaboratore restauratore di beni culturali e con la disciplina dei regolamenti varati dallo stesso dicastero che prevede nel profilo di competenza per la qualificazione, al fianco delle tradizionali scuole d'alta formazione, anche il corso di laurea magistrale a ciclo unico quinquennale.
Uno scenario, perciò, contraddittorio se si pensa che lo stesso sindaco Gianni Alemanno, sollecitato da una mozione votata all'unanimità dal Consiglio comunale, che lo impegnava a promuovere tutte le azioni occorrenti per sensibilizzare l'amministrazione al «doveroso controllo dei requisiti di qualificazione presentati dalle ditte concorrenti» nelle gare di restauro, ha voluto contribuire politicamente all'istituzione di un tavolo tecnico formato da esperti della Sovrintendenza comunale e dell'Ari, proprio per l'individuazione corretta delle opere da appaltare e da comprendere nella categoria specialistica OS 2. La partita, perciò, è tutta aperta.
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